Ridurre il traffico stradale è una scelta ovvia per respirare aria più pulita. Eppure, come ha mostrato un’analisi scientifica recente, questa azione virtuosa può avere un effetto collaterale sorprendente: l’aumento di un potente gas serra.
Quando meno traffico non significa meno impatto
Il grande lockdown del 2020 ha offerto un banco di prova senza precedenti. In città come Parigi, i dati di Airparif hanno registrato un crollo netto degli ossidi di azoto, sostanze nocive generate soprattutto dai veicoli, e una riduzione più modesta delle polveri sottili.
Fin qui, tutto positivo. Ma alcuni ricercatori hanno osservato un fenomeno inatteso: in diverse aree del mondo, la concentrazione di metano atmosferico è aumentata proprio nei periodi di minore attività automobilistica.
La spiegazione scientifica
Uno studio pubblicato su Nature dal professor Shushi Peng, dell’Università di Pechino, ha chiarito il meccanismo. Gli ossidi di azoto emessi dai motori contribuiscono alla formazione di “radicali idrossili” (OH) nell’atmosfera. Questi radicali, tra le altre funzioni, degradano il metano.
Quando il traffico cala e gli ossidi di azoto diminuiscono, si formano meno radicali idrossili: il risultato è che il metano resta in atmosfera più a lungo, incrementando il suo impatto sul riscaldamento globale.
Un doppio fronte aperto
La riduzione degli ossidi di azoto non è l’unico fattore. Secondo lo studio, il cambiamento climatico stesso sta favorendo il rilascio di metano da zone umide come paludi e torbiere, un processo che si amplifica con l’aumento delle temperature.
La sfida, quindi, è complessa: non si può certo “compensare” il metano reintroducendo ossidi di azoto, poiché questi ultimi sono dannosi per la salute umana e contribuiscono all’inquinamento urbano. La soluzione dovrà passare per strategie integrate, capaci di ridurre simultaneamente più inquinanti senza innescare nuovi problemi.
