Non tutte le due ruote entrano nella storia per fascino ed eleganza. Alcuni modelli hanno diviso gli appassionati con linee azzardate e scelte stilistiche che ancora oggi fanno discutere.
Aprilia Motó 6.5 (1996)

Un “uovo su due ruote” firmato Philippe Starck. Linee tondeggianti e futuristiche per l’epoca, ma mai comprese davvero dal pubblico. Rimasta un curioso esperimento.
BFG 1300 (1982)

Montare il motore Citroën GS su una moto? Scelta coraggiosa, ma poco amata. Peso di 267 kg a secco, estetica massiccia e aria da “auto a due ruote”.
Bimota DB3 Mantra (1995)

Disegnata da Sacha Lakic, voleva essere il primo roadster di lusso. Linee audaci ma sproporzionate: non è riuscita a reggere il confronto con le sportive Bimota.
BMW K1 (1988)

Pensata in galleria del vento, ma il suo carena-missile e i colori accesi hanno diviso il pubblico. Un faro squadrato e un muso largo che ancora oggi restano iconici… nel bene o nel male.
BMW R1200 ST (2005)

Si dice sia nata da una scommessa interna: muso bizzarro e proporzioni discutibili. Sotto, però, batteva il solido boxer da 1170 cc.
Boss Hoss BH-3 LS3 (1990)

Un mostro americano con motore V8 Chevrolet da 6 litri e oltre 500 kg. Rumore spettacolare, ma un’estetica che ricorda più un’auto mancata che una moto.
Buell 1125CR (2008)

Tecnica avanzata con motore Rotax e soluzioni ingegnose. Peccato per il frontale, ribattezzato dai fan “faccia da scoiattolo”.
Ducati Paso 750 (1985)

Massimo Tamburini osò con la carenatura totale e il faro squadrato. Una Ducati sportiva “rivoluzionaria” ma troppo diversa per essere amata.
Ducati 999 (2003)

Firmata Pierre Terblanche, rompeva con lo stile morbido di Tamburini. Linee nette e fari verticali, vinse molto in pista ma non nel cuore dei ducatisti.
Honda NM4 Vultus (2014)

Una moto che sembrava uscita da Star Wars. Mix di scooter, custom e fantascienza. Troppo estrema per il mercato, è sparita presto dai listini.
Honda Pacific Coast PC800 (1989)

Pratica e funzionale, con bauletto integrato e comfort da scooterone. Ma lo stile anonimo l’ha resa poco appetibile agli appassionati.
Kawasaki Versys 1000 (2012)

Motore derivato dalla Z1000, ma frontale con fari sovrapposti che non ha convinto. Sistemato solo dopo il restyling del 2015.
KTM 690 SM (2007)

Leggera e grintosa, ma il suo “becco di corvo” firmato Kiska ha diviso i fan. Agile da guidare, meno da guardare.
Münch Mammuth (1966)

Un elefante meccanico da 380 kg con motore Opel. Potente e collezionabile, ma ben lontano dall’eleganza.
MZ 1000 SP (2005)

Prestazioni ottime, ciclistica valida, ma il frontale ricordava più un film horror che una sportiva.
Suzuki GSX1100S Katana (1981)

Un’icona del design anni ’80 di Target Design: spigolosa e futurista. Oggi cult, ma all’epoca fu un pugno nell’occhio per molti.
Voxan VX10 (2009)

Roadster francese con doppio faro sovrapposto e codone a due livelli. Una scommessa estetica durata appena due anni.
Venturi Wattman (2013)

Moto elettrica da 200 CV e 350 kg. Visionaria, ma con proporzioni mastodontiche che ne penalizzavano l’equilibrio visivo.
Yamaha 900 TDM (2002)

Versatile e robusta, ma il suo design “tombale” le valse il soprannome ironico di “Tête de Mort”. Amata per l’affidabilità, non per l’estetica.
Conclusione
Queste 19 moto dimostrano che anche i grandi marchi possono sbagliare la matita. Alcune sono diventate icone cult, altre sono rimaste semplici curiosità, ma tutte ricordano che il design, nel mondo delle due ruote, è sempre un azzardo.
